Venerdì 25 novembre 2016

Il programma sarà presentato venerdì 25 novembre, ore 18,
alla libreria Dedalus, via Torrebianca 21

Alpine Studio



Gennaio 2016 - Sono arrivati molti libri Alpine Studio a metà prezzo: a breve sulla nostra newsletter il dettaglio dei titoli disponibili.
Per iscriversi e ricevere gli aggiornamenti mensili scriveteci via email: libreriadedalus@gmail.com

Sabato 28 novembre 2015

V O M   K R I E G
disegni di ugo pierri




Alle ore 18.00 esibizione del coro sociale Voci Arcutinate con una selezione di canti antimilitaristi della Prima guerra mondiale. 

Voci Arcutinate - Coro autogestito nato dal desiderio di esprimere anche attraverso il canto qual è lo sguardo rivolto alla realtà, quali le lotte, le fatiche, i bisogni, gli ideali e i sogni. Canto come respiro condiviso, nei corpi e nelle voci femminili e maschili; canto politico che guarda alla storia come indispensabile strumento per agire la necessità di un diverso presente. All’attivo, incursioni sonore urbane ed extraurbane.

Venerdì 13 novembre 2015

Il programma sarà presentato venerdì 13 novembre, ore 18,
alla libreria Dedalus, via Torrebianca 21 

Novità di ottobre in libreria

Nella lista di ottobre degli ultimi arrivi a metà prezzo molti classici Garzanti della collana "I grandi libri" e numerosi tascabili Einaudi. Potete iscrivervi alla nostra newsletter inviandoci un'email: libreriadedalus@gmail.com.

Apertura

Da martedì 15 settembre 2015 la libreria è aperta nella nuova sede di via Torrebianca 21 con i libri nuovi a metà prezzo e le novità (su prenotazione).
Negli stessi locali è nata la libreria Minotauro, con libri antichi e rarità.

Inaugurazione

Finalmente concluso il trasloco della libreria Dedalus, siamo lieti di annunciarvi la nascita della libreria antiquaria Minotauro, che troverà spazio negli stessi locali.
 
Vi invitiamo alla inaugurazione delle librerie in via Torre Bianca 21, che terremo il 12 settembre prossimo alle ore 18,30.


Un’occasione per ritrovarci e brindare insieme a questa nuova iniziativa culturale.

Il diritto alla pigrizia

Paul Lafargue
pp. 174 – Massari editore – Bolsena 2002
Prezzo di copertina € 6,71
Nostro prezzo € 3,35


Del famosissimo e paradossale pamphlet di Paul Lafargue non occorre dire molto, pochi libri sono stati tanto diffusi a livello popolare negli ultimi cento anni. Chi scrive si ricorda che a Cluny, nel pieno centro di Parigi, alla fine degli anni sessanta, un vecchietto vendeva Le droit à la paresse, di cui aveva in mano diverse copie, passeggiando sotto l’Abbazia, ogni giorno da quasi quarant’anni. Affermò, sempre su richiesta di chi scrive, che negli ultimi quarant’anni, quindi dalla fine della prima guerra mondiale, ininterrottamente ogni giorno aveva venduto quello stesso opuscolo che lui stesso curava di fare ristampare, e secondo i suoi calcoli ne aveva venduto, solo lui, non meno di trentamila copie.

L’opuscolo ha questo di paradossale: è una costante denuncia contro le responsabilità del proletariato che, prestando la propria complicità, si lascia sfruttare amando in questo modo la frusta che lo colpisce.

La scrittura brillante e la ricchezza di aneddoti fa di queste poche pagine una lettura ancora oggi piacevole. La figura del suo autore, marito di Laura Marx, fu una delle più note ed affascinanti dell’ambiente internazionalista e socialista a livello mondiale.

Ma nell'edizione Massari c’è di più. La grossa introduzione di Dommanget, un erudito storico francese del movimento operaio, che qui, come in altre opere dedicate anche alla rivoluzione francese e all’anticlericalismo, manifesta con larghezza di mezzi la sua potente documentazione. Non fa solo la storia di Lafargue e di sua moglie, dal contestato (da Marx) fidanzamento al loro suicidio, ma anche una dettagliata storia del concetto, e del desiderio di non lavorare, di pensare ad una vita in cui finalmente sia possibile fare quello che si vuole.

Attenzione. Non bisogna confondere il lavoro di Lafargue con le teorie, del tutto moderne, di abolizione del lavoro e di distruzione del lavoro. Queste sono tutt’altra questione.

Il cardo

Yashar Kemal
pp. 380 – Garzanti – Milano 1987
Prezzo di copertina € 19,00
Nostro prezzo € 9,50

Yashar Kemal (Yasar Kemal Gökçeli), nasce nel 1922 a Hemite, un piccolo villaggio di 60 case nella provincia di Adana, nel sud della Turchia. Da piccolo perde il padre, assassinato in una moschea. Nel 1950 fa ritorno a Istanbul e, dopo un periodo particolarmente difficile, trova finalmente lavoro come giornalista per il più importante quotidiano di Istanbul: “Cumhuriyet” (“Repubblica”).

Di sé scrive: “Ho sempre voluto essere il cantore della luce e della gioia. Ho sempre voluto che i lettori dei miei romanzi fossero uomini pieni d’amore: per gli altri uomini, per i lupi, gli uccelli e i coleotteri, per tutta la natura. E sono convinto che, su questo pianeta, le magnifiche culture degli uomini che risiedono nella mia terra porteranno il fertile paesaggio culturale a essere di nuovo verde”.

Si tratta di un libro che fa a meno agevolmente delle classiche modalità della narrazione occidentale. Le vicende epiche e leggendarie della regione del Tauro sono le più adatte a narrare lo spirito di rivolta della terra di origine dell’autore.
In una natura arida e incolta fioriscono i cardi. “Terre bianche – racconta Kemal – candide come ricotta, dove non spuntano alberi né erba né fichi d’India. Eppure i cardi crescono rigogliosi e fitti, sino a ricoprire ogni palmo di terreno”.

Il villaggio di Degirmenolu è circondato da una distesa di cardi. È come un deserto. Soltanto cardi. Un brigante che sia un vero brigante deve stare sui monti. Che senso ha l’amnistia? L’antica lotta tra sfruttati e sfruttatori non cessa per un accorgo governativo. Il di già conosciuto, come meccanismo della catalogazione e della miseria, è così contrapposto al territorio dell’implacabile deserto, dove tutto è sicuro di sé solo se realizza la distruzione dell’obbligo.

L’eremita digiuno, vestito di pelo di cammello, abituato a nutrirsi di cavallette è il simbolo della ragione. L’estremo territorio del vaglio critico conduce dove non c’è più nulla, se non il deserto. E, ora so, che il deserto alberga fantasie torride di scuoiamenti. Il mondo della storia, che si sviluppa nel campo, ha ucciso la vita nel momento del passaggio dal fare al fatto, il ghigno del diavolo, in caso contrario la storia sarebbe sempre il fare e mai il fatto. E questa storia viene da lontano, da una Turchia ancora feudale appena intaccata alla fine dell’Ottocento dalle prime avvisaglie del tempo moderno. Miserie peculiari e fantasie di adeguamento, tentativi di ottenere corrispondenze disciplinate con poco sforzo, abitudini del pensare e quindi del fare. Nemici e vittime della modernità, la sola strada percorribile per essere accettati nell’ora che sta sempre sulla soglia della completezza.

Amore e ribellione. Una infruttuosa ribellione foriera di morte, un amore che rimane insanguinato fra le spine dei cardi. La ribellione e la follia gli sono compagne, non certo la quiete e la tranquillità. Per i cercatori di calma non alberga in essa la felicità, è meglio che levando le tende si indirizzino altrove, dove per loro è l’orrore per altri la speranza di liberarsi dalla miseria.

Il falso e l'osceno

Alfredo M. Bonanno
pp. 340 – Ed. Anarchismo – Trieste 2007
Prezzo di copertina € 15,00
Nostro prezzo € 10,50

L’analisi politica ha connaturata al proprio svolgimento una irrimediabile piattezza. Gli elementi critici che la compongono sono legati a doppio filo alle condizioni di funzionamento del processo politico. Come tutti sanno quest’ultimo non funziona senza il reperimento del consenso e la realizzazione di tutte quelle modifiche indispensabili a renderlo possibile.
La funzione dell’imbroglio ideologico all’interno di questo processo è quella che una volta veniva assicurata dalla religione. L’uomo moderno prega di meno ma, secondo la geniale intuizione di Hegel, sopperisce a questa diminuzione leggendo il giornale.

Viene ammesso, in linea di massima, che oggi i destinatari del messaggio politico, quindi i soggetti passivi sollecitati al consenso, sono più informati se non più colti, e che quindi l’imbroglio deve essere più sofisticato o, almeno, più articolato. La cosa è dubbia. Se qualche decennio fa il fondo ideologico del consenso era orientato (a sinistra) verso l’internazionalismo proletario e (a destra) verso lo Stato etico, oggi i residui ideologici, diciamo spirituali, i grandi valori, si sono appiattiti sul vago processo di globalizzazione capitalista. Ciò ha comportato un livellamento dei mezzi culturali impiegati, raggiungendo miserie mai conosciute prima, nemmeno dalla destra che meno si differenziava dal manganello. Poche attenzioni culturali si riversano quindi nello sforzo di reperimento del consenso, e ciò produce un’ideologia spicciola che consente di dare aria alla gola di un qualsiasi burattino politico.

Stando così le cose alcuni ritengono che il ricorso alla provocazione potrebbe sortire qualche effetto interessante. Ma cos’è una provocazione? Un dire o un fare che rompa con la tranquillità e la buona educazione. Quindi qualcosa che contraddica la stupida loquacità con cui tutti i giorni reciprocamente ci addormentiamo inducendoci ad accettare un’esistenza che riteniamo inadeguata ai nostri presunti desideri di diversità. C’è da chiedersi se è possibile romperla con la stupidità. Domanda angosciante. Ognuno di noi custodisce quella sorta di idiotismo privato che considera fuori discussione, un serbatoio di opinioni costruite bene che aiutano a tirare avanti. Ma nessun funzionalismo ha mai salvato la vita a qualcuno. Ci accingiamo a morire con tutte le nostre benefiche supposizioni senza battere ciglio, pensandoci splendidamente equipaggiati per raccattare tutte le espressioni che collezioniamo come singoli istanti di una lunga malattia.
E questo libro costituisce, oggi più che mai, una provocazione.

Due nazioni. Nera e bianca: separate, ostili, ineguali

Andrew Hacker
pp. 356 – Anabasi – Milano 1993
Prezzo di copertina € 24,79
Nostro prezzo € 12,40

Un libro che fa vedere come di fatto funziona il razzismo americano, valido anche oggi, nell’epoca di Obama.
In fondo i meccanismi che questo lavoro mette in evidenza non sono molto cambiati in questi ultimi quindici anni. Ma per rendere conto di questa condizione difficilmente oltrepassabile occorre avere lo sguardo libero, capace di cogliere le ragioni dei neri ma anche quelle dei bianchi. Il razzismo lo si può condannare, spesso a parole, ma non basta: occorre conoscerlo per poterlo controbattere e, alla fine, battere.

Alcune teorie razziste sono penosamente ingenue. Causano però sofferenze, o partecipano a causarle, per cui cancellano ogni riflesso di tolleranza nel concetto di ingenuità. Ciò non toglie che molte teorie, apparentemente lontane dal razzismo, sono più sofisticate e meno ingenue causando un pari carico di sofferenze e disgrazie. Diffondere le condizioni intuitive che si avvertono non è possibile con la parola.

Il genocidio, lo stupro di massa, la schiavitù, lo sfruttamento, il razzismo, ecc., sono aspetti dell’esistenza umana che sono stati sempre verniciati di aspetto scientifico, e l’aver cercato di dimostrare il contrario (uno scienziato non può essere razzista o credente?) non ha fatto altro che riconfermare l’ampia disponibilità scientifica al massacro indiscriminato (tecnologia militare docet). La tante lamentele sui pericoli di un libero sfogo dei capricci e degli impulsi momentanei hanno dato il loro piccolo contributo alla costruzione dei lager di ogni tipo. Scrive Karl Jaspers: “L’animale non può che ripetere quel che già era, e non può andar oltre. L’uomo invece non può, per sua essenza, esser così come si trova ad essere. Può finire in vicoli ciechi, soggiacere a degenerazioni, pervertimenti, alienazioni, ma non può fare a meno di desituarsi perché il suo essere è esistenza possibile. A differenza dell’animale che si ripete nella compiutezza della sua situazione, l’uomo, pur essendo consegnato al suo esserci (situazione), vuole andare al di là di se stesso (desituarsi). Non si appaga se, chiuso in sé, in pace, null’altro deve essere che il quotidiano ritorno all’esserci. Non si riconoscerebbe più autenticamente se volesse esser uomo soltanto come si trova ad essere”. Regolare i propri istinti sulla base di un decalogo fornito da un’autorità moralmente superiore (quindi non revocabile in dubbio) è stato da sempre suggerito come mezzo sicuro per produrre l’assuefazione che attutisce dapprima ed elimina poi gli sfoghi e i comportamenti di cui sopra. La consuetudine all’ordine e agli ordini modifica gli uomini da esseri vitali in meramente esistenti. Apprendere a sublimare i propri istinti appiattisce la vita a livello di convivenza civile. La scienza suggerisce vie ben congegnate per giustificare questo appiattimento.

La lettura di questo libro è una guida per uscire da questo vicolo cieco.

Lotte contadine e urbane nel “Grand Siècle”

Boris Fëdorovic Porchnev
pp. 392 – Jaca Book – Milano 1998
Prezzo di copertina € 24,00
Nostro prezzo € 12,00

Il testo fondamentale sulla fronda contadina del Seicento in Francia, sulla sua esplosione, sui risultati ottenuti e sulla spaventosa repressione che ne seguì. La tesi tradizionale, che questi moti insurrezionali furono sotto sotto fomentati dai nobili per attutire le conseguenze negative per loro del rafforzamento della monarchia assoluta, è sostituita, una volta dimostrata inconsistente, con l’altra tesi, quella più fondata, di una variante francese della rivoluzione borghese inglese che si scatenava sull’altra sponda della Manica.

Questa diversa impostazione è nata da una polemica contro le tesi marxiste della rivoluzione che nasce come un seguito quasi obbligato dalla trasformazione dei rapporti di produzione con le prime avvisaglie del capitalismo. Ne deriva che la rivoluzione francese, la Grande rivoluzione, non è una conseguenza e una continuazione in chiave più ampia di questi moti del Seicento, ma è frutto esclusivo del profondo cambiamento instaurato dalla circolazione delle idee prodottasi nel XVIII secolo.

Da parte loro, le tesi ortodosse del marxismo si sono rivelate inconsistenti non tanto a opera di una critica distruttiva, però esercitata in luoghi appropriati e con mezzi intellettuali adeguati, quanto a causa di una sorta di penalizzazione imposta dallo svolgimento della realtà. Tutti gli accorgimenti teorici, che poi tradotti nella pratica si trasformano in strategie più o meno intelligenti, sono stati sistematicamente disvelati per quello che erano, accorgimenti per sfuggire all’unico problema centrale, quello del potere.

Certo, questo libro, per quanto importante e ben documentato, non è la verità, esso costituisce un modello insuperabile di un certo modo di guardare alla storia. E un modello non è la verità, non è nemmeno una verità su scala ridotta, come una carta geografica della Francia con scala 1/1000 non è un millesimo della Francia, ma per chi voglia andare da Marsiglia a Parigi quella carta ha una sua utilità, e questa utilità può essere ancora più grande per chi ha fretta di arrivare a Parigi come avevano fretta i popolani marsigliesi che marciavano cantando la loro canzone per andare a Parigi e partecipare all’insurrezione.

Quando ero fotografo

Félix Nadar
pp. 254 – Abscondita – Milano 2004
Prezzo di copertina € 24,00
Nostro prezzo € 16,80

Alla domanda: “Chi è il più grande fotografo del mondo?”, Roland Barthes risponde: Nadar. Basterebbe questa presentazione per generare legittima curiosità sui testi scritti da un ritrattista mitologico, come è stato definito questo impressionante catturatore di visi ed espressioni individuali. Tutti i grandi dell’Ottocento sono stati da lui fotografati, con l’esclusione di Napoleone III, di cui rifiutò sempre di fare la fotografia, malgrado le tante insistenze dell’éntourage imperiale. Il Panthéon così identificato da lui stesso parla di quindicimila scatti, qualcosa di immenso ed impressionante.

Ma il libro che qui presentiamo, e di cui suggeriamo la lettura, è scritto da Nadar, è il risultato, sorprendente ed estemporaneo, frizzante e imprevedibile, della sua parallela attività sotterranea di giornalista.

Affermava Baudelaire: “Félix Nadar è la più stupefacente espressione di vitalità. Adrien mi diceva che suo fratello Félix aveva tutti i visceri doppi. Mi son sentito geloso di lui, a vederlo riuscire così bene in tutto ciò che non è astrazione”.

Commentando le esperienze di Nadar con la mongolfiera, Victor Hugo scriveva: “L’applaudo innanzitutto per l’idea, poi per l’atto. Lei è l’uomo che, per uno scopo scientifico, neppure due mesi fa, tentava, con pochi compagni coraggiosi e un’intrepida compagna una delle imprese più audaci che mai siano state compiute. Date all’uomo il possesso dell’atmosfera, e il legame delle tenebre si scioglierà spontaneamente. Liberiamo l’uomo. Da chi? Dal suo tirannno. Quale tiranno? La pesantezza”.

Leone X. Giovanni de' Medici

Carlo Falconi
pp. 616 – Rusconi – Milano 1987
Prezzo di copertina € 24,80
Nostro prezzo € 12,40

Leone X non ha significato storico fuori del Rinascimento italiano. Questo libro parte da una simile ipotesi storica e la sviluppa fino in fondo. Ispiratore e mecenate di artisti come Raffaello e di stampatori come Manunzio, questo figlio di Lorenzo il Magnifico diventa monsignore a otto anni e cardinale a diciassette.
Tempi di una Chiesa che oggi sembra altra dalla immagine che pretende coagularsi nella politica e nella religiosità divulgata dal Vaticano, ma tempi che fanno parte della storia della Chiesa cattolica.

Contemporaneo di Lutero, di Erasmo, di Carlo V e di Francesco I, Leone contribuì a foggiare il suo tempo e venne dal suo tempo condizionato fino a far parlare di un ritorno dell’età d’oro: Firenze ateniese e Roma vivace sede di iniziative culturali, in un clima però generalizzato di miseria e terrore.

E così il pensiero, viaggiatore del fondo, riassorbendo lo stimolo naturalistico del Rinascimento, ridiventa centro esso stesso, ma col punto di forza, con la base ancora all’esterno, ancora in Dio. L’oggetto della filosofia nei tempi maturi si muove, alternativamente, dalla indagine con mezzi prevalentemente soggettivi a quella con mezzi oggettivi. Ora sono i sensi a perdere davanti al criterio della intuizione, ora è il contrario. Ora è l’uomo che torna a porsi al centro della realtà riassorbendo nella natura Dio, e essendo egli il centro e l’espressione più alta dell’evoluzione naturale. Di che parlerà allora la nuova filosofia? La materia doveva, in un modo o nell’altro, staccarsi dal soggetto e da Dio, doveva prodursi un mondo armonico in cui il destino fosse riconducibile alle profonde trasformazioni che si andavano producendo. La sabbia impara a ricoprire il volto dei ricordi. Superfici levigate, colori profondi, misure compositive. Dalla negazione mistica della materia, cioè dal più estremo soggettivismo, si arriva alla indicazione dei limiti dell’appropriazione, limiti che sono nella coscienza, la quale in base alle sue sole forze non può cogliere il mondo superiore ai suoi sensi semplicemente raccogliendo alcuni pezzi sparsi. Questa tesi, con cui si apre la strada ai grandi sistemi post-rinascimentali, sembra ridurre le possibilità dell’uomo, ma, in sostanza, comincia a circoscrivere le possibilità di Dio e della stessa natura.

Leone X viene a mancare improvvisamente, mentre diventava sempre più forte lo stimolo rinnovatore della Riforma.

I cantastorie della tecnologia

John M. Staudenmaier, s.j.
pp. 174 – Jaca Book – Milano 1988
Prezzo di copertina € 10,40
Nostro prezzo € 5,20

Il mito del progresso fornisce una interpretazione occidentalizzata della tecnologia a cui non c’è modo, se non indiretto, di opporre altre interpretazioni, e quindi altri modelli di utilizzo. Questo libro parte da una semplice considerazione del genere per addentrarsi nel grande problema dell’influenza della tecnica sul destino dell’uomo.

Non sono solo questi ultimi anni a essere caratterizzati dalla evoluzione tecnologica. Questa c’è sempre stata. Dalla caverna ai computer esiste una sorta di linea continua di accorgimenti tecnologici adottati dall’uomo per produrre modificazioni nella realtà che lo circonda e per ottenere come da regolamento oggetti in grado di facilitare la sopravvivenza della specie umana. Riflettendo su questo fenomeno, gli illuministi conclusero per una sorta di progresso nella storia dell’uomo e facendo muro delegarono ai pensatori del secolo seguente, utopisti compresi, la fede in questo progresso e nella sua ineluttabilità. Ne deriva che l’accumulazione di mezzi tecnologici può considerarsi un fatto positivo, riflesso non secondario del processo accumulativo che si verifica nell’ambito della coscienza immediata. Lo scatto di una chiave. La produzione di oggetti è fatto tecnico, e la riflessione organizzata su questo fatto è la tecnologia. Lo sviluppo progressivo della società, conducendo al comunismo, o all’anarchia, secondo le diverse ipotesi, dovrebbe produrre un mondo tecnologico positivo, quindi senza risvolti dannosi, capace di garantire la libertà e la pace per tutti. Questa tesi non può essere accettata. Non c’è nessuno sviluppo progressivo garantito. Tutto deborda e smania in un inesauribile e continuo rigoglìo. Nessuna società liberata potrà costituirsi in maniera ineluttabile. Tutto esiste da sempre in continue combinazioni relazionali che si modificano e si trasformano senza interruzione, non è possibile quindi un superamento definitivo di questa condizione. L’unico fatto che posso constatare è un continuo oltrepassamento, quindi un andare avanti che non è progressivo più di quanto non lo sia un costante cambiamento della condizione precedente.

Mai come in questo libro il rapporto tra scienza e tecnica (questa come braccio armato della prima) è stato sviscerato fino in fondo. I risultati sono sorprendenti.

L’assente

Bruno Maier
pp. 286 – Zibaldone – Milano 1994
Prezzo di copertina € 12,60
Nostro prezzo € 6,30

Romanzo, in parte autobiografico, di Bruno Maier, uno dei curatori più risolutivi de La coscienza di Zeno, di Una vita, di Senilità e di Il vegliardo, le più importanti opere di Italo Svevo. Ha inoltre scritto, in collaborazione con Letizia Svevo Fonda Savio, il libro Italo Svevo, uscito nel 1991 per le Edizioni Studio Tesi di Pordenone.

La struttura del libro mantiene una base di natura autobiografica per poi discostarsene frequentemente e deliberatamente evocando accadimenti alterati o impossibili. Quindi un’opera di fantasia in cui il protagonista è un intellettuale impietoso con se stesso, nevrotico della letteratura, un “uomo di carta”.

Ma degli intellettuali questo libro non accetta le regole del gioco. Il sì dice sempre di sì, mentre la critica negativa dice sempre di no. La povertà spirituale porta a considerare di pari dignità ogni trombonismo intellettuale. Il marchio dello scritto, per molti imbecilli, conferisce di per sé costrutto logico alla volgarità di quello che si afferma. Ogni farneticazione, se scritta, acquisisce così lo statuto del di già fatto, l’ottimismo incrollabile del compilatore di enciclopedie. Ebbene, questa volta siamo di fronte a un intellettuale che rifiuta in blocco questo statuto ordinativo del lavoro tipico di un “uomo di carta”. La vita, descritta con puntualità imbarazzante nel libro, richiede un grande impegno, chi non riesce a sostenere ritmi elevati di chiarificazione con se stesso è anche il meno adatto a spingersi oltre.

Questo libro parla del suo autore, anche attraverso il gioco non del tutto innocente di un altro ego attivo nelle vicende, e ne parla con obiettività e precisione. Che cosa chiedere di più?

L’unico e la sua proprietà

Max Stirner
pp. 272 – Edizioni Anarchismo – Trieste 2012
Prezzo di copertina € 10,00
Nostro prezzo € 7,00

Un libro straordinario, che mette il lettore di fronte alle scelte radicali che si impongono costantemente nella vita di tutti e che altrettanto costantemente rifiutiamo di fare fino in fondo. Un libro contro gli accomodamenti e gli accordi sotterranei con noi stessi che fissiamo con le nostre paure e le nostre viltà.

Leggendo questo libro si corre il rischio di non riuscire più a contrattare questi medicamentosi compromessi, quindi L’unico è da considerarsi, come è stato considerato da un secolo e mezzo, un libro “pericoloso” di cui si è sempre sconsigliata la lettura agli animi deboli.

La sconsigliamo anche noi.

Il dominio si nutre di tutte le nostre passioni soffocate, di tutte le cittadelle dell’illusione costruite sul senso di colpa e sulla messa in scena sociale della personalità. L’ideologia colonizza sempre lo spazio delle idee e dei desideri che non riusciamo a vivere. Ogni appello alla passività, ogni pratica che integra la morale della coercizione è un servizio reso al potere. Se la forza reale è il possesso di se stessi, qualsiasi forza subordinata all’inferiorità altrui – e tale è sempre l’autorità – non è che il rovescio dell’estraneazione. Su quel rovescio si troverà sempre il bisogno di competere, mentre il sentimento – preciso, carnale – dell’unicità non sa che farsene della competizione, perché non accetta misure al di fuori di sé. È l’uguaglianza nell’appiattimento che crea false rivalità. Non a quel tipo di uguaglianza, quindi, deve tendere la soppressione delle classi sociali, bensì all’emergere del solo conflitto autentico perché non più mediato: il gioco dell’unicità. In tal senso, quello stirneriano è un discorso di classe che sfugge al messianesimo proletario. Gli sfruttati non sono portatori di alcuna missione storica, così come il lavoro a cui sono obbligati non è la fonte di alcuna virtù. Semplicemente, essi sono contro la società nella misura in cui realizzano il proprio interesse: quello di negarsi in quanto sfruttati, cioè di creare relazioni libere dal salario e dalla gerarchia.

L’unico è stato senz’altro un mito, che di storie ne ha raccolte molte più di quanti sono stati i suoi lettori, influendo sui costumi più che sulle intelligenze. Eppure tanti che l’hanno letto o “ascoltato” tra i rumori e le mode di un’epoca, non vi hanno trovato una stupida esaltazione della violenza né l’apologia dell’inazione e dell’isolamento, e nemmeno le insidie di quella dialettica hegeliana di cui Stirner non si è mai del tutto liberato. Vi hanno trovato, al contrario, una vigoria che ha fatto tremare i re e i capi di Stato del mondo intero armando mani ribelli; che ha spinto faccia a faccia col fascismo, con lo stalinismo e con tutte le repubbliche. E questo mito, questa storia, continua a parlarmi.

L'eternità attraverso gli astri

Louis-Auguste Blanqui
pp. 100 – SE – Milano 2005
Prezzo di copertina € 16,00
Nostro prezzo € 11,20

Libro eccezionale, fuori norma, del tutto diverso da tutti gli altri scritti di questo rivoluzionario autoritario che ha dato vita ad un modello di controllo centralizzato a cui si sono ispirati Lenin e Stalin. Ma libro diverso, fantasioso, senza appesantimenti ideologici, libro che accenna alla tesi dell’eterno ritorno, del di già scritto e contemporaneamente vissuto in migliaia di volte nell’infinito mondo del presente, in tutti gli astri di cui è disseminato l’infinito spazio che ci circonda.

Libro allucinato e potente, forse, secondo Benjamin, più potente dello stesso Zarathustra, almeno per quanto riguarda l’ipotesi del ritorno eterno. Scrive Heidegger: “Per Nietzsche l’eterno ritorno del medesimo è senza dubbio una visione, ma anche un enigma. Non si lascia né dimostrare né rifiutare per via logica o empirica. Questo vale, in fondo, per ogni pensiero essenziale e per ogni pensatore, un pensiero è cosa vista, ma resta un enigma”. Per Blanqui, l’eterno ritorno è una realtà ed è tratteggiata in tutti i suoi particolari nelle sconvolgenti ultime pagine di questo piccolo grande libro.

Nella totalità l’esperienza è circolare. Questa si spezza al contatto con i limiti propri dell’individuo, delle cose, delle idee e, spezzandosi, produce la possibilità dell’azione. Ma il tempo partecipa di questa e di quella dimensione. Come una striscia di Möbius esso è, allo stesso modo, infinito e limitato.

Per l’alto mare aperto

Ettore Canepa
pp. 160 - Jaca Book - Milano 1991
Prezzo di copertina € 12,40
Nostro prezzo € 6,20

Il mare è quella stupenda espressione della natura che quasi tutti conosciamo. Non bisogna essere proprio innamorati del mare per avere fatto l’esperienza di quanto esso influisce sulla nostra vita e sulle nostre fantasie, oltre beninteso sulle nostre paure.

La letteratura riguardante il mare, con le sue mille sfaccettature, dall’avventura all’idillio romantico, è sterminata. Ma non sono poi molti ad avere l’esperienza del mare nella pienezza del suo essere una “incalcolabile distesa d’acqua”. In mare aperto, nell’ “alto mare aperto”, si concretizza quella che Canepa chiama avventura metafisica della vita, e si comprende subito come tutte le questioni che ci assillano nel nostro continuo e stancante affaccendarci quotidiano, non sono altro che piccole procelle in un bicchiere.

“C’era una nave... ”, canta Coleridge. Il tempo sembra staccarsi dalla contiguità con la vita non appena la nave si stacca dal molo di partenza. L’ignoto l’attende, la tempesta, la bonaccia, due antipodi che presentano paure diverse ma che stringono il cuore del marinaio alla stessa maniera. Cessa la tempesta e tutto raggela nella calma che potrebbe risultare altrettanto mortale. Fino a quando l’uomo e il mare riusciranno a dialogare pacificamente? Fino a quando “Da sud il vento si leva propizio?”.

Nel Sartor Resartus di Carlyle, il mare gioca un ruolo fondamentale per la grande quantità di metafore che riesce a mettere al servizio di una iniziazione personale, una sorta di viaggio con qualche ricordo del Noviziato di Wilhelm Meister di Goethe di cui lo stesso Carlyle era stato traduttore. Il libro è una sorta di riflessione e di commento di un “editor” che si appresta a curare uno strano libro tedesco sulla “Filosofia degli Abiti”, di un certo professore Teufelsdröckh. Si tratta di un contesto informe ed estesissimo, un vero e proprio mare in tempesta dove l’attenzione, la stessa mente, dell’ “editor”, annegano senza misericordia.

Di Moby Dick non occorre parlare a lungo. La lotta dell’uomo contro il male, il male che si fronteggia e che si vede, ma anche quello che non si vede perché dentro di noi e che solo la dura legge del mare può far venire a galla. Di fronte ai fuochi di Sant’Elmo, appollaiati in cima ai pennoni della baleniera, Achab lancia la sua sfida: “Oh tu! Chiaro spirito del chiaro fuoco, che su questi mari come un persiano su questi mari un tempo adorai. Ora ti conosco, chiaro spirito, e ora so che il culto che ti si deve è sfida”.

Perfino nel Partigiano Johnny di Fenoglio il mare arriva, indirettamente, ma arriva. Il Civico collegio dove ha sede il comando americano sembra una petroliera oceanica; il paese di Mombarcaro somiglia ala cresta di un maroso fermato di colpo su di un mare in tempesta; le fortezze volanti americane sono dei galeoni che veleggiano maestosi, ecc. Assimilare al mare le Langhe ha lo scopo di farle vedere diversamente, e quindi di indicare in modo differente l’esperienza della lotta di liberazione che in quelle zone si andava svolgendo.

L’impresa del libro di Canepa, così come è stata formulata e realizzata, è certamente difficile e rischiosa, ma il lavoro è ottimamente riuscito. Il lettore sente, fra i tanti riferimenti e le tante suggestioni letterarie, in che modo il mare è legato indissolubilmente alla vita dell’uomo e quanto riesce a condizionarla con la sua presenza concreta e immaginaria.

Pietro Aretino

Paul Larivaille
pp. 556 – Salerno editrice – Roma 1997
Prezzo di copertina € 30,00
Nostro prezzo € 15,00

Nuova e straordinariamente ricca biografia dei “flagello dei principi”, così come ebbe a definire Pietro Aretino l’Ariosto.
Nessuno dei suoi precedenti biografi, e sono legione, era arrivato fino a questi risultati. Ne esce la figura di uno scrittore che fa della propria penna uno strumento per stupire il mondo, conscio com’era egli della propria bravura, ma anche un mezzo a buon mercato per guadagnarsi da vivere sfruttando la vanagloria e, a volte, la paura dei potenti.

In fondo lo stesso Ariosto, di fronte alle poche ottave della Marfisa, poema cavalleresco abbozzato dall’Aretino, ha quasi timore di avere di fronte un possibile concorrente e lo adula (?), oppure secondo un’altra versione ne denuncia l’abitudine a tartassare i potenti. Ma non c’è nulla di certo in questo grandioso e corteggiatissimo continuatore dell’anonimo Pasquino.

I Ragionamenti restano il capolavoro, remoto a volte, mai sufficientemente approfondito in verità, letto più per la sua gradevolezza e salace bravura erotica, che per i suoi contenuti di costume di critica sociale e anticlericale, ma le Lettere sono forse la testimonianza più viva e più importante di un’epoca e di un modo di concepire il mestiere di letterato che oggi, mutate le condizioni, non è poi cambiato nella sostanza. Non bisogna dimenticare che del soverchio ridere morì Margutte, non l’Aretino.

Occorre imparare l’arte di non castigare le parole, senza dimenticare l’amara nota di Valéry, che tutto finisce alla Sorbona.

La luce nera. Teoria e prassi nella scrittura di Giorgio Manganelli

Mattia Cavadini
pp. 142 – Bompiani – Milano 1997
Prezzo di copertina € 12,40
Nostro prezzo € 6,20

La luce nera è quella che si irradia dai lavori di Manganelli, dove lo sforzo di capire alla fine fa correre il rischio di perdere la parte migliore di quello che lui stesso riesce a dire con la sua scrittura personalissima e inimitabile.

Questo libro si addentra in un’avventura che pensavo impossibile, dare conto di questo bisticcio, presente in alcuni casi in maniera pressante, in altri in maniera leggera, in tutte le opere di Giorgio Manganelli. Ma questa avventura è come una corda lanciata a chi segue nella scalata impossibile, come un tentativo di aiuto per chi viene dopo, altrimenti quello che leggiamo di Manganelli diventa qualcosa di lontano e spesso incomprensibile, in quanto fornisce una indicazione che spesso è semplicemente fuorviante.

Il coraggio dello scrittore, e in questo caso mi riferisco a quello di Manganelli, che è proprio di lui che dobbiamo parlare, non sta tanto nell’andare avanti nel territorio della scrittura, dove si può anche ipotizzare di restare imprigionati a causa di un miraggio più che a causa di un progetto o di un desiderio. Il coraggio consiste nell’andare avanti fino al salto nell’impensabile, nel riuscire a penetrarvi dentro, non nel restarci per sempre. La scrittura reale, diretta a cogliere la totalità comprende il bisogno di salvare le condizioni parziali della comprensione, perché sa che tra le due questioni c’è un filo comune, costituito dall’ineludibile dispiegamento del testo letterario. Con essa lo scrittore diventa non solo un ricercatore ma un creatore di incantesimi e di nascondimenti, un lavoratore del linguaggio capace di trovare la strada in un labirinto coperto dalle stratificazioni del senso, fino allo smantellamento di ogni difesa o custodia. Creatore della libertà come suprema tensione, ma anche sfinge impassibile di fronte alla parola che spalanca il suo territorio desolato davanti allo sprovveduto cercatore di fuoco. Da Manganelli non verrà mai una indicazione di arresto, di prudenza, di attenzione. Il suo linguaggio è sempre polivalente, almeno doppio, quando non può fare di più e le condizioni complessive lo legano fortemente al senso. Non è portatore di pace, ma di guerra, non di una guerra vittoriosa, ma di una guerra destinata alla sconfitta di ogni tentativo di capire (cioè di catturare), alla perdita personale e totale della comprensione.

Il re del fiume d'oro

John Ruskin
pp. 72 – Quid – Roma 1994
Prezzo di copertina € 5,60
Nostro prezzo € 2,80

Scritto esclusivamente per raccontare una favola a una bambina, questo capolavoro di Ruskin resiste al tempo e alle mode. Nella valle dei tesori, una terra fertile e produttiva è bagnata dal fiume d’oro. La terra viene lavorata dai contadini del luogo sfruttati da Hans e Nero, due crudeli fratelli. Glück è un altro fratello, più giovane, mite e buono, trattato come un servo. In casa è lui ad occuparsi delle faccende domestiche.
Un giorno di pioggia, rimasto solo in casa, Glück sente bussare alla porta. Apre e vede un ometto fradicio di pioggia che gli chiede gentilmente ospitalità e ristoro. Nonostante Hans e Nero gli avessero ordinato più volte di non fare entrare nessuno, l’ometto gli fa pena per cui lo fa accomodare di fronte al camino e gli offre la sua parte d’arrosto.
Al loro ritorno Hans e Nero molto seccati nel vedere un estraneo in casa si avventano sull’ospite per dargli una sonora lezione. Lo strano ometto non è così semplice da sopraffare e si rivela essere il Vento di Sud-Ovest, re del fiume d’oro.

La favola ha una straordinaria conclusione. I cattivi saranno ovviamente puniti. Ma il segreto di queste pagine sta nel sogno di Glück di trovare il modo di fare sparire per sempre la sete e il dolore.

Non disperare mai, scrive Ruskin, solo la perseveranza non tradisce, lì, anche in una piccola goccia di fango sperduta nella foresta.