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Lotte contadine e urbane nel “Grand Siècle”

Boris Fëdorovic Porchnev
pp. 392 – Jaca Book – Milano 1998
Prezzo di copertina € 24,00
Nostro prezzo € 12,00

Il testo fondamentale sulla fronda contadina del Seicento in Francia, sulla sua esplosione, sui risultati ottenuti e sulla spaventosa repressione che ne seguì. La tesi tradizionale, che questi moti insurrezionali furono sotto sotto fomentati dai nobili per attutire le conseguenze negative per loro del rafforzamento della monarchia assoluta, è sostituita, una volta dimostrata inconsistente, con l’altra tesi, quella più fondata, di una variante francese della rivoluzione borghese inglese che si scatenava sull’altra sponda della Manica.

Questa diversa impostazione è nata da una polemica contro le tesi marxiste della rivoluzione che nasce come un seguito quasi obbligato dalla trasformazione dei rapporti di produzione con le prime avvisaglie del capitalismo. Ne deriva che la rivoluzione francese, la Grande rivoluzione, non è una conseguenza e una continuazione in chiave più ampia di questi moti del Seicento, ma è frutto esclusivo del profondo cambiamento instaurato dalla circolazione delle idee prodottasi nel XVIII secolo.

Da parte loro, le tesi ortodosse del marxismo si sono rivelate inconsistenti non tanto a opera di una critica distruttiva, però esercitata in luoghi appropriati e con mezzi intellettuali adeguati, quanto a causa di una sorta di penalizzazione imposta dallo svolgimento della realtà. Tutti gli accorgimenti teorici, che poi tradotti nella pratica si trasformano in strategie più o meno intelligenti, sono stati sistematicamente disvelati per quello che erano, accorgimenti per sfuggire all’unico problema centrale, quello del potere.

Certo, questo libro, per quanto importante e ben documentato, non è la verità, esso costituisce un modello insuperabile di un certo modo di guardare alla storia. E un modello non è la verità, non è nemmeno una verità su scala ridotta, come una carta geografica della Francia con scala 1/1000 non è un millesimo della Francia, ma per chi voglia andare da Marsiglia a Parigi quella carta ha una sua utilità, e questa utilità può essere ancora più grande per chi ha fretta di arrivare a Parigi come avevano fretta i popolani marsigliesi che marciavano cantando la loro canzone per andare a Parigi e partecipare all’insurrezione.

La scoperta dell'America

William Robertson
pp. 230 – Salerno editrice – Roma 1992
Prezzo di copertina € 13,60
Nostro prezzo € 6,80

Dell’immensa History of America in 10 volumi di William Robertson (1721-1793), storico scozzese, questo volume riporta il solo volume quarto, dedicato a una digressione antropologica e culturale sulle condizioni dell’America del suo tempo, sulle bellezze naturali del continente, sulle possibilità di sviluppo sociale e commerciale, non si tratta soltanto di una traccia storiografica sugli avvenimenti in corso, riguardanti i processi di liberazione delle colonie dal dominio inglese.

L’impianto di questo lavoro, pur non potendo essere quello del periodo successivo, capace di utilizzare gli stimoli filosofici del primo Ottocento, tiene conto però delle riflessioni di Voltaire e di Montesquieu, e si basa sulle ricerche di Raynal, per non parlare della filosofia di Hume e di Ferguson.

In fondo Robertson batte continuamente sulla missione europea, e particolarmente inglese, della diffusione del commercio internazionale, da cui dovrebbero venire fuori ricchezze e benessere per tutti. Idea elaborata da Adam Smith e che sarà dura a morire, perdurando fino ai nostri giorni nel pensiero dell’economia del benessere, perfino di un Galbraith e di un Keynes.
La divisione del lavoro, la concorrenza, la stessa conquista, il genocidio degli indiani (solo nell’isola dove sbarcò Colombo, in pochi decenni morirono centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini), sono visti nella luce positiva di un grande gioco che porta verso il progresso e il benessere per tutti.

Un libro istruttivo per capire come funziona la mente di uno storico che osserva gli accadimenti del suo tempo, o dei decenni appena trascorsi, e coglie soltanto quello che la propria ideologia gli permette di cogliere. Il resto è da Robertson stesso considerata vana filosofia, come nel caso di Mably che pensava la situazione americana ideale per “stabilirvi” il comunismo, in questo seguendo le intenzioni non proprio “sante” dei padri gesuiti in Paraguay.
Ma anche un libro istruttivo per documentarsi su come era il continente americano prima dell’inizio dell’epoca industriale.

Federico e la grande coalizione. Un saggio adatto al giorno e all'ora

Thomas Mannpp. 78 – Studio Tesi – Pordenone 1986
Prezzo di copertina € 10,40
Nostro prezzo € 5,20

Che questo libro sia stato, al momento della sua genesi, quello che è stato definito “un attacco di patriottismo” non ci possono essere dubbi. I paralleli tra le cause che portarono alle guerre di Federico II di Prussia e quelle che scatenarono il primo grande massacro mondiale, sono ben individuati. Anche la risposta critica, immediata, dei suoi contemporanei non si fece attendere. Solo lo stesso Mann non era d’accordo, e lo precisa nella sua introduzione alla ristampa del 1953.

Ognuno si aggiusta le cose per come gli aggrada? Non si può dirlo fino in fondo. Di certo qui giocano un certo ruolo l’estrema raffinatezza dell’analisi e l’ampiezza delle motivazioni culturali, non si tratta di un bieco scritto di esaltazione marziale, illeggibile particolarmente adesso.
Così ha scritto lo stesso Mann: “È cosa notevole che per ingannare noi stessi compiamo talora azioni che solo apparentemente sembrano un risultato della fretta mentre invece sono il frutto di una segreta riflessione. L’uomo infatti non inganna e non adula nessuno con tanta sottigliezza come se stesso. In questa osservazione fatta di passaggio sono inclusi in nuce interi capitoli, interi libri di quella psicologia che smaschera i segreti dell’anima. Così come più tardi negli aforismi di Nietzsche lampeggeranno intuizioni profetiche delle ricerche e scoperte di Freud. In una conferenza tenuta a Vienna su Freud ho richiamato l’attenzione sul fatto che l’oscuro regno della volontà di Schopenhauer si identifica con l’inconscio, con l’es freudiano, come d’altro lato l’intelletto schopenhaueriano corrisponde del tutto all’io di Freud, a quella parte dell’anima rivolta verso il mondo esterno”.

Il clericalismo e l'anticlericalismo

Juan Bada
pp. 120 – Jaca Book – Milano 1998
Prezzo di copertina € 11,40
Nostro prezzo € 5,70

La religione, il cristianesimo in particolare, e il cattolicesimo con maggiore specificità, ha un rapporto con la struttura ecclesiastica, cioè con la Chiesa, che non sempre può considerarsi perfetto. La Chiesa accetta con difficoltà, al suo interno, quelle posizioni religiose che attenuano il potere e la gestione del potere da parte delle gerarchie ecclesiali. Queste gerarchie, specialmente nei secoli passati, hanno preteso imporre le proprie scelte e le proprie interpretazioni non solo ai fedeli, il cosiddetto popolo di Dio, ma anche alle strutture subordinate stesse, indicando come stravaganti perversioni del pensiero tutte quelle interpretazioni teologiche, o semplicemente procedurali, che si allontanavano dalle direttive pontificie.

Queste esacerbazioni del potere hanno, a loro volta, scatenato delle reazioni, ed è qui che sorge l’anticlericalismo, che più di una negazione immediata e diretta della religione si deve considerare un rifiuto del predominio delle gerarchie ecclesiali, dal livello più alto a quello minimo.

Dal rigido anticlericalismo dell’Ottocento, dalla vecchia Kulturkampf, fino ad oggi è passata molta acqua sotto i ponti. Oggi la critica della religione parte da presupposti differenti e cerca di contemperare una sorta di equilibrio improbabile tra il potere della Chiesa, diretto verso le coscienze, e quello degli Stati, diretto verso la vita civile nella società. Naturalmente una differenziazione netta non è possibile.

Bada tratteggia in poche pagine più che una storia del clericalismo una vera e propria storia dell’anticlericalismo, e di questa seconda storia se ne sentiva la mancanza.

L’autore è membro del Consejo Asesor Cientifico della collana Clàssics del Cristianisme (68 volumi pubblicati).

Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922

Mimmo Franzinelli
pp. 464 – Mondadori – Milano 2003
- ESAURITO -

Libro molto documentato e approfondito di uno storico notissimo per le sue ricerche sul fascismo. Fu lo squadrismo elemento essenziale dell’avventura fascista e dell’insediamento al potere di Mussolini? Oppure fu un elemento secondario, ben presto messo tra parentesi?

La risposta è netta: traendo origine dall’arditismo militare sviluppatosi nel corso della Prima guerra mondiale, lo squadrismo sostenne l’inizio della scalata fascista al potere, ma anche dopo, cioè successivamente al 1922, pure mutando nelle sue forme e nella sue affermazioni letterarie (da non dimenticare il ruolo avuto in questo dai capi del movimento futurista, Marinetti in testa).

In fondo il fascismo, se fu – a partire dagli anni del consenso – un movimento di massa, era stato fin dalle origini e lo rimase sempre un movimento di conquista del potere che cercava non solo di controllare la gente preventivamente, ma anche di intimorirla con la prospettiva di una repressione in gran parte affidata a elementi che provenivano dall’esperienza squadrista dei primi anni.

Nota Franzinelli: “Il rilievo dello squadrismo oltrepassa di gran lunga la fase suggellata dalla marcia su Roma. Esso definì i tratti costitutivi del fascismo e forgiò personaggi poi distintisi nel Ventennio fra i massimi dirigenti del PNF e dello Stato: Arpinati, Balbo, Bottati, De Vecchi, Farinacci, Grandi, Muti, Pavolini, Ricci, Scorza, Starace... Il suo mito – in versione monumentalizzata e mummificata – divenne un tratto permanente del regime mussoliniano”.

Il libro comprende la biografia dettagliata di cento squadristi.

Storia degli sloveni in Italia 1866-1998

Milica Kacin Wohinz – Jože Pirjevec
pp. 150 – Marsilio – Venezia 1998
- ESAURITO -

Se all’inizio dell’Ottocento solo trenta persone erano in grado, nel territorio sloveno, di scrivere nella propria madre lingua, e se questo dato è vero per come asseriscono gli storici, il raffrontarlo con l’odierna vitalità di questo popolo è un’esperienza straordinaria. La storia degli Sloveni in Italia è per altro particolare, trattandosi di un rapporto secolare tra minoranza e maggioranza, caratterizzato da una conflittualità forse non ancora chiarita fino in fondo.

L’Italia, avendo anche propri problemi di identità nazionale, nel corso di tutto il secolo risorgimentale ha applicato una politica di snazionalizzazione nei confronti degli Sloveni “alloglotti” che, dopo la cessione del Veneto da parte degli Asburgo nel 1866, erano venuti a fare parte del Regno sabaudo. Tale politica continuò anche dopo il 1918, quando l’Italia occupò ampie aree del territorio etnico sloveno e croato, abitato da circa mezzo milione di “slavi”. Le tensioni che ne nacquero, alimentate dalla nascita sull’altra sponda dell’Adriatico di uno Stato concorrente, la Jugoslavia, aumentarono con il fascismo. Dopo il ’41, quando l’Italia attaccò coi tedeschi la Jugoslavia estendendo la sua sovranità alla cosiddetta “provincia di Lubiana”, la resistenza del Fronte di liberazione contribuì ad approfondire il solco tra le due nazioni. Nel secondo dopoguerra il riproporsi del problema della frontiera – tracciata stavolta in modo più favorevole agli Sloveni – non facilitò tuttavia i rapporti nelle aree di confine, anche a causa del regime instauratosi in Jugoslavia, che obbligò all’esodo migliaia di istriani di nazionalità italiana. La guerra fredda fra Est e Ovest, da cui nacque negli anni 1947-54 il Territorio libero di Trieste, aggravò le reciproche diffidenze e ostilità.

Questo libro fa vedere lo svolgimento storico di questo problema e culmina nelle vicende drammatiche del 1991, quando la separazione della Slovenia dalla Jugoslavia pose alle coscienze di tutti una situazione di guerra praticamente alle porte.

Storia dell'ebreo errante

Riccardo Calimani
pp. 670 – Rusconi libri – Milano 1995
- ESAURITO -

Malgrado il titolo parziale si tratta di un’ampia e documentata storia degli Ebrei, dalla conquista romana della Giudea ad opera di Pompeo fino ai primi del Novecento. La vasta congerie di problemi che un progetto del genere porta con sé è facilmente immaginabile.

Dalla sconfitta contro i Romani agli Ebrei dell’età imperiale e dell’alto Medioevo, dall’epoca delle crociate fino alla crescita della mistica ebraica. Dall’espulsione dalla Spagna al tempo dell’ambiguità, cioè dell’adattarsi o morire. E di seguito: il tempo della creatività scettica e il falso messianesimo di Shabbetai Zevi, l’illuminismo ebraico e l’opera di Moses Mendelssohn, per arrivare alla rivoluzione francese e gli Ebrei, Napoleone e gli Ebrei e all’affare Dreyfus.

Per scelta diciamo imposta dalle dimensioni l’autore si ferma agli inizi del Novecento, quindi non prende in considerazione il problema dell’olocausto e del male assoluto.

Ebreo è parola che nella Bibbia è legata alla radice ‘avar, che significa passare. Ebreo è pertanto colui che “passa”, che va da un paese all’altro. Israele è il nome dato a Giacobbe dall’angelo contro cui aveva combattuto, significa “colui che ha tenuto testa a Dio”, e Giacobbe aveva combattuto non solo per sé ma anche per il suo popolo. Il popolo eletto ha senza dubbio un rapporto particolare con il suo Dio, e in questo rapporto è compreso anche il contrasto.

Una conoscenza della storia degli Ebrei è parte indispensabile della cultura di tutti. Tante catastrofi storiche hanno una sola spiegazione: l’ignoranza. E l’antisemitismo è alla base di molte catastrofi della nostra storia recente e contemporanea.

Non in nostro nome

Howard Zinn
pp. 282 – il Saggiatore – Milano 2003
- ESAURITO -

Libro fondamentale. Documenta con puntuale e perfino maniacale esattezza l’elenco senza fine dei crimini che gli Stati Uniti hanno compiuto contro l’umanità. Vincitori, non sono mai stati portati sul banco degli accusati – che una Norimberga (aberrazione giuridica fra le tante) è pensabile solo per i vinti.

Che vale fare un elenco? Basta dire che da questa lettura non si esce indenni e che l’autore di questo libro è un americano, professore di storia alla Columbia University, ed è stato uno degli aviatori che durante la seconda guerra mondiale parteciparono ai bombardamenti a tappeto in Francia e in Germania anche contro obiettivi esclusivamente civili.

Oggi, che dopo la dichiarazione dell’attuale presidente degli Stati Uniti, tanto si parla dell’uso della tortura durante l’amministrazione Bush (come se non fosse cosa normale sotto qualsiasi governo e sotto qualsiasi cielo – forse che in Italia non si tortura?), la lettura di questo libro è quasi indispensabile.

L’insegnamento che se ne trae, a parte il profondo disgusto che si prova per qualsiasi “guerra giusta” o qualsiasi “giusta repressione condotta in nome della democrazia per il bene del popolo”, è che non si può combattere per un ideale di giustizia che sia veramente tale ricorrendo alla guerra e all’uccisione di massa, alla tortura e alla morte per fame di milioni di bambini.

Per il momento quello che possediamo di più preciso nella direzione di una denuncia in questo senso è, fra altri pochi, proprio questo libro. Il futuro potrebbe fornirci altri strumenti, oppure altri paraocchi: a noi la scelta.

Ebrei in Germania fra assimilazione e antisemitismo

Gorge L. Mosse
pp. 274 – Giuntina – Firenze 1991
- ESAURITO -

Uno studio approfondito sulla psicologia degli ebrei tedeschi in Germania negli anni precedenti all’olocausto, posti di fronte al problema dell’assimilazione in una società di cui si sentivano parte attiva ma di cui avvertivano una estraneità radicale.

L’alternativa era quella di essere considerati definitivamente “diversi”, quindi di essere dapprima emarginati e poi, ma questo non era ancora chiaro in dettaglio, distrutti fisicamente fino all’ultimo, oppure di abbandonare la propria identità religiosa e culturale, la propria vita del ghetto.
Ci fu questa tentata simbiosi ebraico-tedesca ed è chiara prima di tutto nel culto della virilità perseguito parallelamente dall’ebraismo tedesco e dalle nascenti forze nazionalsocialiste. In fondo è l’idea greca che rivive attraverso la costruzione del nuovo modello tedesco di giovane forte e pronto ad affrontare le sfide del futuro.

Un’attitudine in fondo infantile, a volte affascinante, altre volte irritante, in genere indicazione di non sapere affrontare la vita, di essere preoccupati per la perdita del proprio possesso, una sorta di schiavitù sensuale del piacere accompagnata dalla incapacità di una vera soddisfazione. L’esercizio muscolare bruto si accompagna ad aspetti disseccati propri dell’egocentrismo, anche la miseria e la paura, aspetti che sembrerebbero lontani e contraddittori.

Ogni genere di assimilazione o di integrazione avviene solo perché si crede in ideali comuni, come apparirà chiaro in seguito, in tutta la storia moderna dello Stato israeliano.

Introduzione alle Guerre Puniche

Sabatino Moscati
pp. 172 – S.E.I.– Torino 1994
- ESAURITO -

Come e perché nacque, si diffuse e crollò la potenza di Cartagine? Domande che gli storici si sono posti a ondate successive e che qui, in questo libro affascinante come un romanzo d’avventure, trova una nuova risposta, alle luce non soltanto delle ricerche storiche precedenti (in particolari quelle di Santo Mazzarino, autore anch’egli, più di mezzo secolo fa, di un libro dallo stesso titolo, ma alla luce delle più recenti scoperte archeologiche.

In fondo sono gli scavi, i ritrovamenti oggettivi, i reperti che all’apparenza sembrano banali ma che all’occhio esercitato dello studioso danno risposte impensabili per il profano, che cancellano gli errori del passato e fondano la ricerca storica su aperture interpretative del tutto nuove.

La grande espansione dell’impero cartaginese, ad est fino alla Libia e a ovest fino al Marocco, è adesso testimoniata dai ritrovamenti che si stanno facendo non solo nei siti classici, vicino Tunisi, ma in zone lontane dove l’impronta di questo popolo arrivò, fino in Spagna e nelle isole italiane.

Roma poteva essere dapprima soffocata e poi cancellata, il suo impero trasformato in una vasta provincia cartaginese. Quando Catone portò in Senato i fichi freschi arrivati direttamente da Cartagine e li fece vedere ai senatori romani, intendeva con questo esempio apparentemente banale, fare toccare con mano quanto la potenza e lo sviluppo commerciale e militare (navi, strategie di conquista e uomini) di quella non lontana città fossero ormai alle porte di Roma. Ecco perché bisognava distruggerla e sulle sue rovine spargere il sale perché mai più qualcosa di vitale potesse da queste risorgere.

Ed è quello che la logica di conquista dei Romani fece nel corso delle guerre puniche. Il mortale pericolo corso nella seconda di queste guerre convinse Roma a portare l’attacco nel terreno stesso di Cartagine e a chiudere definitivamente uno scontro che era stato, fin dall’inizio, a vita o a morte.

Rodolfo II. Imperatore degli alchimisti

Jacqueline Dauxois
pp. 288 – Rusconi – Milano 1999
- ESAURITO -
Gustav Meyrink scrive nel suo Golem: “Ero capitato nel vicolo dei fabbricatori d’oro, in cui i medievali adepti dell’alchimia avevano arroventato per secoli la pietra filosofale e avvelenato i raggi lunari”. In realtà non è tutta leggenda: l’imperatore Rodolfo II era appassionato di arti magiche nonché un uomo complesso, da molti considerato un folle. Amava invitare al Castello gli esperti di alchimia ed è documentato che accolse alla corte boema due famosi “stregoni” inglesi, John Dee ed Edward Kelley.

La Dauxois racconta la storia incredibile di questo imperatore che si fa fare una corazza da un armiere tedesco solo allo scopo di farsi ritrarre, ma che coltiva interesse ben differenti.

La cornice di questo racconto è la Praga del Cinquecento, irta di campanile perché “in questa città Dio deve combattere terribili battaglie con il diavolo”. Spesso l’imperatore esce dal suo castello e va a fare visita agli alchimisti nel cosiddetto Vicolo d’oro, dove artigiani orafi o, a quel che si racconta, gli alchimisti, si erano fortificati o vi erano stati rinchiusi.

Rodolfo II è scienziato e alchimista, amico di Keplero, ma anche di Edward Kelley, culture dell’alchimia più estrema e difficile, quella che affermava di avere trovato la pietra filosofale. Pacifista, filosofo, di temperamento moderno, nello stesso tempo depresso e visionario, Rodolfo II è ancora oggi oggetto di studio e di controversie. Il suo simbolo era il sole. Il sole rappresenta il padre, il vecchio re nell’alchimia e Nettuno l’oceanico, l’estatico, il regno di Dioniso, l’irrazionale e l’immaginifico. Il suo animale preferito era il leone. Il verde leone dell’alchimia è la forma giovanile del dio grano. Il suo fiore era la rosa. Così Jorge Luis Borges: “La rosa, / la immarcesible rosa que no canto, / la que es peso y fragancia, / la del negro jardin en la alta noche, / la de cualquier jardin y cualquier tarde, / la rosa che resurge de la tenue / ceniza por el arte de la alquimia, / la rosa de los persas y de Ariosto, la que siempre está sola, / la que siempre es la rosa de las rosas, / la joven flor platónica, / la ardiente y ciega rosa que no canto, / la rosa inalcanzable”. “La rosa, / l’immarcescibile rosa che non canto, / quella che è peso e fragranza, / quella del nero giardino nell’alta notte, / quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera, / la rosa che risorge dalla tenue / cenere per l’arte dell’alchimia, / la rosa dei persiani e di Ariosto, / quella che sempre sta sola, / quella che sempre è la rosa delle rose, / il giovane fiore platonico, / l’ardente e cieca rosa che non canto, / la rosa irraggiungibile”.

Qualcosa continua a sfuggire del pensiero e della vita di questo strano personaggio storico. L’alchimia è ancora uno dei punti interrogativi più inquietanti per l’umanità. Bruciare è dell’uomo che cerca l’azione, bruciare ma anche raffreddarsi. La ruota è in relazione all’opus circulatorium dell’alchimia. Jung produce queste combinazioni di concetti e reazioni psichiche applicando gli antichi metodi dell’alchimia. E domani? La Dauxois si pone questi problemi senza possibilità di risposta.

Fantasie virili. Donne, flussi, corpi, storia

Klaus Theweleit
pp. 510 – il Saggiatore – Milano 1997

- ESAURITO - 

Theweleit sviluppa una vastissima ricerca sull’universo maschile come insieme particolare, unico, in contrasto con qualsiasi immagine storica e sociale che ci viene tramandata del concetto di Umanità.

L’impatto con la nostra cultura, profondamente maschile, e quindi anche maschilista, è enorme, anche perché questo libro prende di petto il contrasto e lo scontro con una vasta parte del pensiero psicoanalitico. La conclusione che se ne ricava, almeno la prima, a lettura ultimata, è l’“inadeguatezza di ogni visione maschile, anzi virile, della realtà a considerarsi come portatrice di valori universali”.

I fatti, gli accadimenti, insomma la realtà, che i maschi considerano essenzialmente universo androcentrico, viene così a svelarsi come la “storia” edulcorata e parziale di una parte del cielo, la più gravida di presagi violenti.

Il libro porta un secondo sottotitolo: “La paura dell’eros nell’immaginario fascista”. Ed è in fondo questo secondo filone di ricerca quello che fa riflettere di più e solleva più preoccupazioni nel lettore aperto e disponibile.

Klaus Theweleit è germanista tedesco, e non è uno dei tanti professori universitari interessato solo alla carriera. Da tedesco, la sua indagine (il nazismo, i suoi modi di diffondersi e di ingigantirsi al di là di ogni previsione, i motivi delle guerre causate, ecc.) coglie aspetti ancora oscuri e perfino compresi male della storia tedesca recente e meno recente, in particolare in romanzi e poesie di quegli anni, ma soprattutto nel materiale autobiografico e documentario (anche figurativo) concernente la psicologia dei giovani mercenari che, numerosi e organizzati, dettero vita alle squadre antioperaie fra il 1918 e il 1923, dalle quali sarebbe sorto il nucleo principale delle SA, cioè la parte più violenta e agguerrita ideologicamente della gioventù hitleriana, emblema di ogni interpretazione del mondo come espressione di virilità.

“Nello sforzo di raggiungere il suo ideale di virilità – scrive Jung – l’uomo rimuove tutti i tratti femminili, che in realtà sono parte di lui, così come i tratti maschili sono parte della psicologia di ogni donna. Se analizziamo attentamente le emozioni incontrollate di un uomo, arriviamo presto a una figura femminile”. Attorcigliamento di cordami morti da secoli.

Gli artisti e gli "spregevoli"

Paolo Thea
pp. 172 – Mimesis – Milano 1998
Prezzo di copertina € 14,40
Nostro prezzo € 7,20

Nel 1525 i contadini tedeschi insorgono: è la guerra dei contadini, famosa e da tutti conosciuta. Quello che è meno noto è il fatto che molti artisti dell’epoca, scultori, pittori e incisori, presero partito a fianco degli “spregevoli” (rücksichtlos) e alcuni di loro, e dei migliori, trovarono la morte sotto tortura.

Scrive Heidegger: “Lutero si chiede se e come l’uomo possa essere certo e sicuro della salvezza eterna, cioè della verità, se e come possa essere un vero cristiano, vale a dire un uomo retto, pronto per ciò che è giusto, un giustificato”. Heidegger sa bene che a questa domanda non c’è risposta e che le presunte svolte di Lutero ebbero come prospettiva il massacro dei contadini. È comune a quasi tutti i filosofi trovare giustificazioni astratte ai propri inganni concreti. Mai come in questo libro viene a galla la ferocia repressiva della Riforma che, in questo modo, nulla ebbe di poi a invidiare alla storica ferocia della Santa Romana Inquisizione.

“Ritengo – scrive Lutero – che sia meglio uccidere dei contadini che i principi e i magistrati, poiché i contadini prendono la spada senza l’autorità divina. [...] Il momento è talmente eccezionale che un principe può, spargendo sangue, guadagnarsi il cielo. Perciò cari signori sterminate, scannate, strangolate, e chi ha potere lo usi”.
Con buona pace di tutte le mitezze evangeliche.

Assemblee popolari e lotta politica nelle città dell'impero romano

Ariel Lewin
pp. 138 – Giuntina – Firenze 1995
-ESAURITO-

Quale la funzione pubblica delle elezioni nell’antico e nel tardo impero romano? Lo scontro delle diverse opinioni è qui tratteggiato per tutto il lungo corso del suo svolgimento. Dalla iniziale condanna di una reale competizione, riducendosi l’opinione dominante negli storici più vecchi ad una mera conferma delle decisioni dei ricchi e dei potenti, alla scoperta (corroborata dagli ultimi reperti archeologici pompeiani) di un ruolo attivo vero e proprio delle masse, che venivano, di volta in volta, sollecitate attraverso propaganda e regali vari a votare per questo o quell’uomo politico dominante o aspirante al dominio.

Scrive Heidegger: “Descartes, il primo pensatore della metafisica moderna, pone la questione dell’usus rectus rationis, cioè della facultatis iudicandi, vale a dire dell’uso retto della ragione, quindi della facoltà di giudicare. A questo punto già da lungo tempo l’essenza del dire e dell’asserire non è più il lógos greco, il fare apparire lo svelato. L’essenza del dire è il romano iudicium, ovvero il dire ciò che è retto, il cogliere il retto con sicurezza. La falsitas, ora, nel momento in cui tutto dipende dall’usus rectus rationis humanae, viene concepita come usus non rectus facultatis iudicandi. L’usus non rectus è l’error, l’errore, o meglio, l’errare e lo sbagliarsi vengono concepiti in base all’usus non rectus facultatis iudicandi. Il non vero è il falso nel senso dell’erroneo, cioè dell’uso non retto della ragione”. E i depositari della verità, in un modo o nell’altro, cioè o nella maggiore capacità delle masse di dire la loro, o nella logica della completa subordinazione, restano sempre i dominatori.