Visualizzazione post con etichetta Letteratura - Saggi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Letteratura - Saggi. Mostra tutti i post

Per l’alto mare aperto

Ettore Canepa
pp. 160 - Jaca Book - Milano 1991
Prezzo di copertina € 12,40
Nostro prezzo € 6,20

Il mare è quella stupenda espressione della natura che quasi tutti conosciamo. Non bisogna essere proprio innamorati del mare per avere fatto l’esperienza di quanto esso influisce sulla nostra vita e sulle nostre fantasie, oltre beninteso sulle nostre paure.

La letteratura riguardante il mare, con le sue mille sfaccettature, dall’avventura all’idillio romantico, è sterminata. Ma non sono poi molti ad avere l’esperienza del mare nella pienezza del suo essere una “incalcolabile distesa d’acqua”. In mare aperto, nell’ “alto mare aperto”, si concretizza quella che Canepa chiama avventura metafisica della vita, e si comprende subito come tutte le questioni che ci assillano nel nostro continuo e stancante affaccendarci quotidiano, non sono altro che piccole procelle in un bicchiere.

“C’era una nave... ”, canta Coleridge. Il tempo sembra staccarsi dalla contiguità con la vita non appena la nave si stacca dal molo di partenza. L’ignoto l’attende, la tempesta, la bonaccia, due antipodi che presentano paure diverse ma che stringono il cuore del marinaio alla stessa maniera. Cessa la tempesta e tutto raggela nella calma che potrebbe risultare altrettanto mortale. Fino a quando l’uomo e il mare riusciranno a dialogare pacificamente? Fino a quando “Da sud il vento si leva propizio?”.

Nel Sartor Resartus di Carlyle, il mare gioca un ruolo fondamentale per la grande quantità di metafore che riesce a mettere al servizio di una iniziazione personale, una sorta di viaggio con qualche ricordo del Noviziato di Wilhelm Meister di Goethe di cui lo stesso Carlyle era stato traduttore. Il libro è una sorta di riflessione e di commento di un “editor” che si appresta a curare uno strano libro tedesco sulla “Filosofia degli Abiti”, di un certo professore Teufelsdröckh. Si tratta di un contesto informe ed estesissimo, un vero e proprio mare in tempesta dove l’attenzione, la stessa mente, dell’ “editor”, annegano senza misericordia.

Di Moby Dick non occorre parlare a lungo. La lotta dell’uomo contro il male, il male che si fronteggia e che si vede, ma anche quello che non si vede perché dentro di noi e che solo la dura legge del mare può far venire a galla. Di fronte ai fuochi di Sant’Elmo, appollaiati in cima ai pennoni della baleniera, Achab lancia la sua sfida: “Oh tu! Chiaro spirito del chiaro fuoco, che su questi mari come un persiano su questi mari un tempo adorai. Ora ti conosco, chiaro spirito, e ora so che il culto che ti si deve è sfida”.

Perfino nel Partigiano Johnny di Fenoglio il mare arriva, indirettamente, ma arriva. Il Civico collegio dove ha sede il comando americano sembra una petroliera oceanica; il paese di Mombarcaro somiglia ala cresta di un maroso fermato di colpo su di un mare in tempesta; le fortezze volanti americane sono dei galeoni che veleggiano maestosi, ecc. Assimilare al mare le Langhe ha lo scopo di farle vedere diversamente, e quindi di indicare in modo differente l’esperienza della lotta di liberazione che in quelle zone si andava svolgendo.

L’impresa del libro di Canepa, così come è stata formulata e realizzata, è certamente difficile e rischiosa, ma il lavoro è ottimamente riuscito. Il lettore sente, fra i tanti riferimenti e le tante suggestioni letterarie, in che modo il mare è legato indissolubilmente alla vita dell’uomo e quanto riesce a condizionarla con la sua presenza concreta e immaginaria.

La luce nera. Teoria e prassi nella scrittura di Giorgio Manganelli

Mattia Cavadini
pp. 142 – Bompiani – Milano 1997
Prezzo di copertina € 12,40
Nostro prezzo € 6,20

La luce nera è quella che si irradia dai lavori di Manganelli, dove lo sforzo di capire alla fine fa correre il rischio di perdere la parte migliore di quello che lui stesso riesce a dire con la sua scrittura personalissima e inimitabile.

Questo libro si addentra in un’avventura che pensavo impossibile, dare conto di questo bisticcio, presente in alcuni casi in maniera pressante, in altri in maniera leggera, in tutte le opere di Giorgio Manganelli. Ma questa avventura è come una corda lanciata a chi segue nella scalata impossibile, come un tentativo di aiuto per chi viene dopo, altrimenti quello che leggiamo di Manganelli diventa qualcosa di lontano e spesso incomprensibile, in quanto fornisce una indicazione che spesso è semplicemente fuorviante.

Il coraggio dello scrittore, e in questo caso mi riferisco a quello di Manganelli, che è proprio di lui che dobbiamo parlare, non sta tanto nell’andare avanti nel territorio della scrittura, dove si può anche ipotizzare di restare imprigionati a causa di un miraggio più che a causa di un progetto o di un desiderio. Il coraggio consiste nell’andare avanti fino al salto nell’impensabile, nel riuscire a penetrarvi dentro, non nel restarci per sempre. La scrittura reale, diretta a cogliere la totalità comprende il bisogno di salvare le condizioni parziali della comprensione, perché sa che tra le due questioni c’è un filo comune, costituito dall’ineludibile dispiegamento del testo letterario. Con essa lo scrittore diventa non solo un ricercatore ma un creatore di incantesimi e di nascondimenti, un lavoratore del linguaggio capace di trovare la strada in un labirinto coperto dalle stratificazioni del senso, fino allo smantellamento di ogni difesa o custodia. Creatore della libertà come suprema tensione, ma anche sfinge impassibile di fronte alla parola che spalanca il suo territorio desolato davanti allo sprovveduto cercatore di fuoco. Da Manganelli non verrà mai una indicazione di arresto, di prudenza, di attenzione. Il suo linguaggio è sempre polivalente, almeno doppio, quando non può fare di più e le condizioni complessive lo legano fortemente al senso. Non è portatore di pace, ma di guerra, non di una guerra vittoriosa, ma di una guerra destinata alla sconfitta di ogni tentativo di capire (cioè di catturare), alla perdita personale e totale della comprensione.

Schmitz, Svevo, Zeno. Storia di due “biblioteche”

Giovanni Palmieri
pp. 164 – Bompiani – Milano 1994
Prezzo di copertina € 14,60
Nostro prezzo € 7,30

I tre personaggi, l’autore reale, Ettore Schmitz, lo scrittore dallo pseudonimo Italo Svevo, e il personaggio Zeno, nel romanzo dal titolo La coscienza di Zeno, intrecciano le loro storie seguendo il filo della narrazione. Questo continuo intersecarsi di vicende autobiografiche e vicende fantastiche è reso possibile attraverso una ricostruzione immaginaria della biblioteca di Svevo, come si sa, andata distrutta dal fuoco. Le letture, grazie alle citazioni del romanzo, sono molteplici e lasciano intravedere il modo in cui esse entrano nel reale e lo trasformano arricchendolo e cambiandolo.

Quando la coscienza finisce per manipolare la realtà secondo un cliché che non le è proprio, prima o poi sarà la realtà a manipolare la coscienza con ideali estranei a essa, elaborati in appositi luoghi della catalogazione. Infatti, come nota Svevo, non c’è modo di cancellarvi niente tanto radicalmente, come si fa di un giro errato su di una cambiale.

Le storie di Giulietta e Romeo

[a cura di] Angelo Romano
Cofanetto, due voll., pp. 722 – Salerno editrice – Roma 1993
- ESAURITO -

La vicenda di Giulietta Capuleti e Romeo Montecchi è talmente nota e connaturata all’opera immortale di Shakespeare che sembra, a un lettore improvvisato, nata dalla fantasia di quest’ultimo. Invece la vastissima ricerca contenuta in questi due volumi dimostra l’origine e lo svolgimento di questa storia.

Angelo Romano segue passo passo questa vicenda letteraria dai primi scritti di Luigi Da Porto, degli inizi del Cinquecento, in forma di novella, al racconto di Matteo Bandello, che pubblicato nel 1554 fu scritto quasi cinquant’anni prima, fino ai testi di Gherardo Boldieri e Luigi Groto della fine del Cinquecento.

I testi, accuratamente rivisti, sono interamente pubblicati. L’Istoria di due nobili amanti di Da Porto, Giulietta e Romeo del Bandello, Giulia e Romeo del Boldieri e Adriana del Groto. In Appendice infine tutti i casi in cui in un racconto si trovano i casi di morte apparente causata da sonnifero, da Senofonte a Troyes, da Sercambi a Sermini, da Masuccio Salernitano a Cinzio, da Boccaccio allo stesso Bandello (Gerardo ed Elena), fino a Leon Battista Alberti.

Si tratta della ricerca più ampia e completa su di un modello che solo in Shakespeare raggiunge la grande arte tragica, ma che trova degni esempi in moltissimi altri casi, raccontando la storia di un amore ostacolato da interessi contrapposti delle famiglie degli amanti.

Letterati editori. L'industria culturale come progetto

Alberto Cadioli
pp. 224 – Il Saggiatore – Milano 1995
Prezzo di copertina € 9,50
Nostro prezzo € 4,75

“Non si fa storia della cultura – ha precisato Eugenio Garin – senza fare storia dell’editoria”. Questo è un libro che affronta il problema del rapporto tra autori e una condizione editoriale che forse oggi non c’è più, immersi come siamo in una realtà fatta di dirigenti d’azione e di indagini di mercato.

Fino ai primi del Novecento, l’editoria ha mantenuto un ruolo centrale nell’evoluzione della società e nel processo di formazione o trasformazione di generi e forme letterarie.

In una storia così concepita, con la sua vocazione globalizzante, l’analisi della mediazione editoriale diventa il luogo cruciale di riflessione sulle predominanti traiettorie culturali e strumento essenziale per studiare il delicato passaggio, di cui l’editore è presenza indispensabile, che porta dal testo dell’autore alla sua fruizione da parte del lettore.

Nel Novecento italiano il rapporto tra letteratura ed editoria si fa molto stretto. Siamo naturalmente ancora lontani da una “fabbrica del libro” con i connotati tipici della “produzione in serie” contemporanea, ma Cadioli rintraccia, nella riflessione di alcuni scrittori come Papini, Prezzolini, Serra (e poi Debenedetti e Calvino), o di editori come Carocci e Bonsanti, una puntuale attenzione al “pubblico” dell’opera letteraria, alla creazione di una cerchia di lettori. Non più umanisti puri, non ancora “manager”, questi intellettuali rappresentano un passaggio decisivo nella storia della cultura italiana.

Entusiasmante il capitolo che conduce il lettore all’interno della progetto e della realizzazione dei volumi della Biblioteca Universale Rizzoli, una delle iniziative culturali più affascinanti del secolo scorso. Piccoli volumetti che tutti hanno in mente e che all’epoca furono un travolgente successo anche in termini di vendita, oltre che diffusione della cultura. Angelo Rizzoli, Luigi Rusca e Paolo Lecaldano diedero vita alla BUR con l’aspirazione, come scrive Cadioli, di offrire a tutti la possibilità di leggere direttamente, acquistandoli in una collezione dai prezzi molto bassi, i maggiori scrittori delle letterature antiche e moderne. I piccoli volumi dalla copertina grigia e dalla struttura modulare – ogni volume di 100 pagine era venduto al prezzo di 50 lire, lo stesso prezzo di un settimanale, poco più di tre volte il prezzo del quotidiano – ebbero un successo straordinario. Tanto che, si racconta, Angelo Rizzoli avrebbe rimproverato Luigi Rusca: “Lei mi ha imbrogliato. Altro che cultura! Con questi libri qui si guadagna un sacco di soldi”. Tra il 1949 e il 1972 la BUR pubblicò 909 titoli in 2487 volumi. A partire dal 1974, sotto la direzione di Evaldo Violo e poi di Franco Grassi, l’impostazione della collana è stata profondamente rinnovata fino a trasformare la BUR in una vera e propria Casa Editrice, con un catalogo di oltre 3000 titoli, che ha affiancato alla tradizionale riproposta dei classici la pubblicazione di novità commissionate ad hoc.

“Studiare il legame che unisce la letteratura all’editoria – precisa Cadioli – significa dunque porre al centro dell’attenzione alcune istanze fondamentali dell’esperienza letteraria: la scrittura, la trasmissione a un lettore, la lettura, e riconoscere che la figura dell’editore assume il ruolo rilevante di operare direttamente nel processo di trasformazione del testo in un libro”.

Ritratti dei padri antichi

Luca Canali
pp. 146 - Edizioni Studio Tesi - Pordenone 1993
Prezzo di copertina € 16,60
Nostro prezzo € 8,30

Possono gli antichi scrittori latini – una sequela di nomi noti a tutti ma spesso soltanto di nome – tornare a fare sentire la loro voce attraverso la polvere dei secoli? Canali dice di sì. Ma c’è da fidarsi di una simile affermazione fatta da un filologo?

Domanda interessante: ma è un filologo sui generi, che intriga subito affermando di non essere certo di tante affermazioni che farà in questo libro, anzi di avere, qua e là, inserito il fantastico dove ci si aspetterebbe le ovvie concordanze e le stantie corrispondenze del lungo rosicchiare pergamene e codici.

La prodigiosa produzione di Plauto (più di centotrenta commedie gli vengono attribuite) pone il quesito dei suoi frequenti cambi di tono e di metro. Perché? Nessuno lo sa, visto che non c’è ragionevole riferimento con il contenuto. Catullo e Lesbia, amore e non amore: amante o sorella, campo di arroventato eros o protezione materna? Lucrezio e la scienza fornita sotto vesti sovversive: l’avanguardia letteraria scalza il potere repubblicano dalle fondamenta. Potrebbe il moralismo di Sallustio derivare dal suo profondo immoralismo? visto che alla fine annega in un conservatorismo concitato e aggressivo. E il ragionevolissmo Cicerone non nasconde forse la sua più recondita follia, quella di immedesimarsi fino in fondo nella maschera del fustigatore di costumi? O il terribile sogno di Cesare, duplicato esatto di quello di Edipo, ha fondamento sulla sua omosessualità? E il piccolo borghese di campagna, rammaricato delle proprie sventure economiche, non si è troppo sciattamente consegnato a una sorta di amara mancanza di entusiasmo? Orazione e la perfezione dell’angoscia ricondotta dentro i limiti della dicibilità. E il grande, il grandissimo Petronio, l’unico uomo moderno fra tante anticaglie. Nel Satyricon di Petronio i fanciulli danzano intorno alla Sibilla, mentre questa si affanna e cerca, sopra la sua ampolla, in mezzo ai vapori che la rendono cieca. E, alla fine, Paolo, la copula del mondo, e il vero fondatore del cristianesimo, non quello primitivo, ma quello espansionista e positivo, il cristianesimo della Chiesa, per dirla in maniera moderna.

Fuori dell’accademia il vento continua a soffiare.

Il romanzo poliziesco

Siegfried Kracauer
pp. 152 – SE – Milano 2011
Prezzo di copertina € 19,00
Nostro prezzo € 13,30

Malgrado il titolo e l’oggetto della ricerca, che non tradisce, se non in parte, le attese del lettore, questo saggio di Kracauer, uno degli intellettuali più importanti dell’epoca di Weimar, costretto dal nazismo all’emigrazione negli Stati Uniti, è uno straordinario libro di filosofia e di riflessione sociologica. Non ha caso il titolo originale tedesco è Der Detektiv-Roman. Ein philosophischer Traktat, che l’editore italiano, nelle sue preoccupazioni politiche populiste, si è ben guardato dal riproporre.

Lo scopo, nemmeno tanto recondito, di Kracauer è qui quello di sviluppare, grazie all’occasione fornita dall’analisi della struttura dei romanzi polizieschi classici e non, una critica radicale di ogni pretesa razionalista, di ogni sistema onnicomprensivo che, a partire da quello di Kant o di Hegel, pretenda di spiegare il mondo senza residui. I debiti nei riguardi di Simmel e delle sue analisi irrazionaliste sull’aspetto vitale dei processi conoscitivi, e nei riguardi di Husserl, per altro privato delle metodologie sospensive del giudizio, sono evidenti, anche se spesso non direttamente documentate.

La lettura di queste poche pagine è un’avventura insostituibile. Forse non documentativa della storia del romanzo poliziesco come ogni buon lettore, onestamente, potrebbe aspettarsi. Attenzione pertanto a spendere bene i propri soldi acquistandolo.

La tabacchiera di don Lisander. Saggio sui "Promessi sposi"

Salvatore Nigro
pp. 206 – Einaudi – Torino 1996
Prezzo di copertina € 14,60
Nostro prezzo € 7,30

La tabacchiera di Manzoni è l’occasione per riflettere con una certa arguzia su tante vicende del “romanzo”, ma anche della vita, la vita di don Lisander, ormai incapsulata nella retorica e nella critica ripetitiva, e la vita di tutti, non molto diversa, in accadimenti e disgrazie, da quella dei due promessi sposi.

Nigro cerca di sfuggire alla ripetitività della critica e alla supponenza retorica, cerca e vi riesce, lavorando, come si dice, di fino. Dal ritratto di Francesco Hayez, tabacchiera compresa, al malincontro del povero don Abbondio, via via attraverso le corserelle, i saltelloni, le giravolte, i passi circospetti e brevi, o lunghi e infuriati, che percorrono tutto il grande romanzo che fa da sfondo.

“La tabacchiera, suggerisce Nigro, è un luogo mentale, sede della memoria letteraria attiva nella scrittura del romanzo. Un richiamo, anche; per lettori disposti a brividare di agnizioni nel labirinto dialogico dei Promessi sposi”. Si tratta di una navigazione nel mare solitario e sconosciuto della vita, non di un racconto di formazione, né di una parafrasi di conoscenze, di un portato di cultura, un delitto o un castigo. Come scriveva Daniello Bartoli nel Cane di Diogene: “Chi naviga, dal prendere che gli fa bisogno il vento per lo traverso, non può andare altrimenti che obliquo: per modo che la proda riguarda un luogo, ma per lo timone torto in contrario del vento, il viaggio della nave porta ad un altro: ch’è un bello e innocente ingannare che l’arte fa la natura”. La citazione secentesca non è accidentale pensando al secolo dell’Anonimo manzoniano.

Storia della letteratura del terrore. Il "gotico" dal Settecento a oggi

David Punter
pp. 476 – Editori Riuniti – Roma 2000
Prezzo di copertina € 23,24
Nostro prezzo € 11,65

Frutto della mentalità moderna uscita dall’Illuminismo, la paura, il terrore e tutte le sfumature del terribile, e quindi del meraviglioso e dell’inconcepibile, sono in un certo modo conseguenza di alcune condizioni della coscienza perfettamente sconosciute agli antichi.

Punter studia in maniera approfondita e arricchisce di una vastissima bibliografia, lo svolgimento di questi sentimenti così come ci sono stati presentati nelle realizzazioni della letteratura inglese e americana dal Settecento ai giorni nostri.

Gli elementi di questa letteratura, che in tempi più recenti non si limita alla parola ma travalica principalmente nel cinema, sono: la paranoia, la barbarie, il tabù. Nella narrativa paranoica il lettore viene posto di fronte a situazioni non chiare, cariche di una ambiguità irrisolvibile, per cui egli non è in grado di affrontare positivamente le paure che il testo puntualmente sottolinea. Riguardo il concetto di barbarie questo si può presentare sia come paura di un ritorno del passato visto come periodo di paure e di terrori, sia come un ripiombare del presente o del futuro in queste condizioni che si suppongono non più facenti parte della razionalità che oggi governa la realtà. La scoperta, quasi sempre orchestrata nei minimi dettagli dal punto di vista letterario, che quest’ultima affermazione non è vera, costituisce una delle leve più importanti per affascinare il lettore. Infine il tabù, che la letteratura del terrore propone come limite oltrepassabile, quindi profondamente presente e in grado di turbare gli equilibri ritenuti incrollabili della vita sociale. In particolare il tabù e la barbarie sono elementi costanti ed essenziali della letteratura del terrore.

Una parte considerevole è riservata alla cinematografia del terrore.

I fondamenti della letteratura americana

Rod W. Horton – Hebert W. Edwards
pp. 406 – Editori Riuniti – Roma 1992
Prezzo di copertina € 14,46
Nostro prezzo € 7,25

Affronta e risolve, in maniera per quanto possibile semplice e sintetica, il grande problema di dare un quadro documentato dello svolgimento della letteratura americana dal dominio puritano nella Nuova Inghilterra fino alla reazione letteraria degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

In modo particolare questa Storia letteraria dà spazio alle correnti intellettuali, sociali, politiche ed economiche che, in fondo, costituiscono il sottofondo indispensabile della letteratura.

I grandi problemi trattati sono: il puritanesimo delle origini e la nascita della nuova letteratura dopo il 1789; l’illuminismo nelle colonie e lo sviluppo delle ricerche scientifiche; i modelli politici di repubblica trasferiti nelle nuove condizioni ancora coloniali e la questione del federalismo; l’espansionismo e la nuova frontiera, ovvero la democrazia in azione; il trionfo dell’industria; il dibattito sull’evoluzionismo e il pragmatismo; l’età dell’innocenza; il naturalismo in letteratura; l’isolamento; i contrabbandieri e i giovani tristi; il freudismo e le correnti intellettuali degli anni Venti; il senso della tragedia e l’esperienza del sud; l’indigenza e il governo forte; la scienza e l’essenza nel mondo del dopoguerra; violenza, ricchezza e rivoluzione culturale; La reazione letteraria degli anni Sessanta e Settanta.

Ladro di stile. Le diverse vite di Jean Genet

Edmund White
pp. 662 - il Saggiatore - Milano 1998
Prezzo di copertina € 36,13
Nostro prezzo € 18,00

Della sterminata letteratura su Jean Genet, questo libro è certamente il più completo, non solo come biografia, che di Genet la vita è stata indagata a fondo in molte occasioni, spesso impietosamente, come tanti critici d’arte assetati di pruderie sanno fare, ma anche come valutazione critica.

Nei fatti, se si eccettua il lungo ed articolato (ma vecchio) lavoro di J.-P. Sartre (Saint Genet comédien et martyr, Gallimard, Paris 1952), sono pochi i libri che come questo pretendono ad una qualche oggettività sulla figura letteraria e sul valore dell’opera di Genet.

Un ladro può essere un grande artista. Certamente sì. Anche senza ripetere il modello di Villon, la criminalità non è sempre la degna compagna dell’emarginazione sociale e della povertà che spesso (non sempre) sono le cause e la giustificazione a monte del futuro. E Genet era un ladro, un ladro, a dire il vero modesto, piccoli furti, ed era un omosessuale. Ma non era un emarginato, anzi, in vita fu uno degli autori francesi più ricercati dalle case editrici e dal pubblico, dei più osannati e dei più responsabili di un clima che, a posteriori, non fece altro che frenare e ritardare l’esplosione del malcontento sociale che comunque trovò la sua strada nel sessantotto parigino.
L’emarginazione era lui che la cercava, nel suo modo di scrivere prima di tutto, dove il lettore non è certamente preso per il verso giusto, e fu questa scelta una delle cause della sua fortuna letteraria, ma principalmente nel suo modo di vivere: una vita fino all’ultimo passata in piccoli e desolati e anonimi alberghetti di quinta categoria. Non tanto Parigi, la città dell’amore e dell’odio, ma della piccola provincia francese, quanto di più arretrato si può immaginare negli anni sessanta: il parroco, un caffè, un campanaro (attenzione: non un campanile) e un biliardo (attenzione: solo tre palle).

Chi non ha letto le sue opere, o chi ne ha leggiucchiato qualcuna, come accade qualche volta, per metterle subito da parte (come si fa a non farlo con nelle mani Notre-Dame-des-Fleurs), questa è l’occasione, leggendo lo straordinario libro di Edmund White (eccezione fra le eccezioni: un critico letterario americano), per trovare la chiave giusta per leggere Genet, la più gran parte dei suoi capolavori.

E che il Signore sia con voi.

Dizionario Oxford della letteratura francese

Joyce M. H. Reid
Edizione italiana a cura di Luciano Poggi

pp. 478 – Gremese – Roma 1993
- ESAURITO -

Non un semplice, e sia pure minuzioso catalogo di autori e di voci, questo Dizionario, uscito per la prima volta nel 1959 e successivamente aggiornato in molte occasioni, è ancora oggi un punto di riferimento per tutti coloro che si interessano a alla grande letteratura della nostra sorella latina.

Scrive Hans Georg Gadamer: “È vero, e tutti lo ammettono, che i modi di dire altrui possono avere in sé un numero assolutamente aperto di sensi differenti in contrasto con le concordanze, relativamente perfette, presentate dalle parole del dizionario, in concreto, tuttavia, allorché ascoltiamo qualcuno o leggiamo un testo, partendo dalla situazione in cui ci troviamo, noi operiamo una discriminazione tra i differenti sensi possibili, cioè che noi consideriamo possibili, e respingiamo il testo che ci sembra assurdo di primo acchito. Per questo, malgrado le forti presunzioni di validità collegate alla lettera, noi diamo la parola alla nostra tendenza naturale a sacrificare, qualificandolo come impossibile, tutto quanto non riusciamo a integrare nel nostro sistema di anticipazioni. Tuttavia, l’intenzione autentica della comprensione è la seguente, leggendo un testo, volendo comprenderlo, noi ci attendiamo sempre che esso ci insegni qualche cosa”.

Virginia Woolf e il fascismo

[a cura di] Merry M. Pawlowski
pp. 274 – Selene edizioni – Milano 2004
- ESAURITO -

Studi recenti hanno modificato l’immagine di Virginia Woolf come una romanziera apolitica, lirica, moderna, una tormentata gentildonna presa nella morsa di una tempesta che in un certo senso passava sopra la sua testa e contro la quale faceva poi sforzi.

Maria Antonietta Macciocchi ha detto che il fascismo aveva cercato di corrompere le donne, mettendole nella condizione di “voyeurs corrotti”, facendole entrare negli spazi per loro costruiti appositamente e dando l’impressione in questo modo di dare inizio alla loro liberazione. Questa tesi, molto più articolata e profonda, è la medesima della Woolf.

Questo libro parte dalla visione politica di Virginia Woolf, condivisa dalle femministe, per arrivare a discutere l’importanza della sua visione anticipatrice dei legami inestricabili tra potere e genere femminile e la sua consapevolezza del ruolo giocato dal fascismo e dal patriarcato nello stabilirli.

La prima parte del presente libro, dal titolo: Fascismo, storia e costruzione del genere, presenta quattro saggi che si completano a vicenda nel definire il pensiero della Woolf come opposizione femminista al dominio maschile e come revisione delle costruzioni maschili di femminilità nel corso di una lunga storia di misoginia patriarcale. Mentre la scrittrice formulava le sue critiche Herbert George Wells scriveva: “Il fascismo non è stato una cosa completamente cattiva”.

La seconda parte, dal titolo: Presagi di guerra: politica e romanzi, estetica e saggistica, approfondisce il problema del rapporto tra valore letterario ed estetico e realtà politica. Ripensando alle parole di David Herbert Lawrence: “Arte significa essersi liberati da tutti i toni predicatori: le cose così come sono: la frase bella per se stessa”, la Woolf si chiede se criticare la poesia fascista può considerarsi un semplice suonare il piffero per la rivoluzione. Conclude dicendo: “La poesia dovrebbe avere una madre oltre che un padre. La poesia fascista, c’è da temerlo, sarà un orrido piccolo aborto come quelli che si vedono nei contenitori di vetro nei musei delle città di provincia”.

La terza parte, dal titolo Voci contro la tirannia, pone in raffronto la Woolf con le tematiche sostenute da altre scrittrici, oppositrici o complici della tirannia. La tesi portante, specialmente diffusa in Germania e in Italia tra le due guerre, è quella del tradimento domestico derivante dalla smobilitazione, dalla disoccupazione e dalla competizione per i posti di lavoro.

In fondo si può concludere che Virginia Woolf si rivolge a tutti, uomini e donne, quando istruisce sulla necessità di opporsi all’oppressione.

Dizionario Oxford della letteratura americana

James D. Hardt
Edizione italiana a cura di Andrea Mariani

pp. 464 – Gremese – Roma 1993
- ESAURITO -

Il più diffuso Dizionario di letteratura americana, di facile consultazione, aggiornato e esaustivo sia riguardo gli autori citati che riguardo le principali opere di una letteratura che molti affermano di conoscere, e di frequentare, e pochi conoscono bene.

Aggiornato e migliorato decine di volte, dal 1941 al 1992, questo dizionario, nella sua edizione attuale, qui recensita, presenta un accrescimento di 240 autori e 115 voci non presenti nella precedente edizione.

Scrive Schopenhauer: “Condizione indispensabile per la comprensione della poesia come della storia, è l’esperienza personale, perché è quasi il dizionario della lingua che entrambe parlano”.